L'Opera Scientifica
Chiarire l’oggetto proprio della Educazione Fisica, sballottata per decenni fra rivalità dottrinali e darle, come fece Georges Demeny, una collocazione scientifica, tale è stata l’intenzione nutrita da Jean LE BOULCH fin dall’inizio della sua carriera.
Egli viene rapidamente condotto a deplorare gli orientamenti ufficiali, dapprima quelli del 1945 che avallano una giustapposizione arbitraria di metodi discordanti in opposizione dottrinale fra loro ed in seguito quelle che focalizzano l’attenzione sull’insegnamento e l’apprendimento delle attività fisiche, sportive e artistiche, distogliendola a poco a poco dagli obiettivi che costituiscono al fine la sostanza della educazione fisica e la cui utilità si estende alle situazioni le più diverse della vita.
E’ allora che prende qualche distanza dalla nozione di educazione fisica di cui allarga il campo alla motricità e si adopera nell’elaborare una educazione tramite il movimento, parte di un vasto progetto di fondazione di una "scienza del movimento umano applicata allo sviluppo della persona" che egli chiama "psicocinetica".
Gli inevitabili ostacoli che incontra e le critiche che egli solleva rinforzano la sua determinazione nel cercare l’accordo fra i suoi propositi metodologici e pratici e i dati delle scienze biologiche ed umane alle quali fa riferimento.
La sua prima opera nel 1952 (1) ha per tema l’educazione fisica funzionale. Presentata, all’epoca, in relazione al capitolo relativo agli esercizi detti preparatori e di mantenimento ispirati alla ginnastica svedese, essa apparve come una formula sintetica suscettibile di rispondere alle attese dei numerosi altri metodi in vigore, i metodi naturale, sportivo, ritmico, i giochi e le danze. Scostandosi dal senso abituale dato al termine "funzionale", generalmente applicato alla messa in gioco del sistema cardio-polmonare, Le Boulch ne conserva il suo significato psico-fisiologico. Assegna pertanto alla educazione fisica così qualificata la missione di "fare del corpo uno strumento perfetto di adattamento dell’individuo al suo ambiente tanto fisico che sociale grazie alla acquisizione dell’ "abilità" o " padronanza fisiologica e psicologica per l’adattamento ad una data situazione"; egli stabilisce i due insiemi costitutivi di quest’ultima: i fattori psico-motori ed i fattori di esecuzione. Egli affronta l’analisi del movimento e la metodologia richiesta per coltivarla, sottolineando la fase percettiva che condiziona la sua appropriazione e la necessità di fare in modo che l’allievo abbia una chiara coscienza dello scopo da raggiungere e possa dare le sue risposte ai problemi a lui posti. Tale in effetti è l’esigenza minima di una visione funzionale.
In questa prospettiva egli conduce una ricerca che va a sfociare nella sua tesi di medicina nel 1960, studio consacrato ad alcuni fattori di esecuzione del movimento- détente, forza, velocità (2) -, quelli che essenzialmente intervengono nelle prove atletiche composite (lancio, corsa di velocità, salto in alto) tradizionalmente utilizzate per valutare le caratteristiche motorie. Per far questo, egli calcola le correlazioni fra il tempo di reazione misurato con l’aiuto d’un cronoscopio (tempo semplice, tempo motorio, tempo discriminativo) e queste prove atletiche. I risultati ottenuti mettono in evidenza in particolare che, contrariamente alla opinione corrente, è la velocità muscolare e non la velocità nervosa che interviene in una corsa di velocità e che la détente , modo di utilizzo della forza muscolare, riveste due forme: l’una è esplosiva e l’altra progressivamente accelerata; quest’ultima, sovente la più efficace, implica un buon controllo temporale della ripartizione della forza. . Si tratta dunque di un apporto non indifferente per il campo dell'allenamento sportivo e quello della educazione fisica scolastica.
Ma il suo orientamento funzionale non poteva adattarsi a lungo con la dicotomia stabilita fra ginnastica di mantenimento e ginnastica funzionale. In effetti chi dice movimento dice postura ed atteggiamento. Il celebre fisiologo Ramsay HUNT scriveva a suo tempo: " Tutto il movimento parte da un atteggiamento; L’atteggiamento segue il movimento come un’ombra ed il meccanismo posturale interviene senza interruzione per stabilizzare e regolarizzare il movimento stesso" (3).
Questo è il punto centrale della educazione fisica. Com’era dunque possibile fare se le scoperte da lungo tempo avevano messo in evidenza la dualità strutturale dei muscoli associata ad una funzione predominante cinetica per gli uni, i più superficiali, e tonica per gli altri, i più profondi? Le tecniche in uso in materia di educazione e rieducazione restavano invariabilmente fondate sulla adozione di posizioni ipercorrette per contrazione volontaria e forzata dei muscoli …..superficiali, in modo tale che il risultato più certo era di annichilire l’azione tonica riflessa dei muscoli di mantenimento! Jean LE BOULCH lo scopre e lo dimostra a partire dalle sue osservazioni cliniche durante le sedute di rieducazione dei poliomielitici (4).
E’ allora che egli fa sua l’analisi fenomenologica secondo la quale l’atteggiamento dipende da condizioni sia periferiche (equilibrio articolare, tensione muscolare) che centrali, in particolare affettive, proprie alla persona, egli si appoggia anche sulla prospettiva genetica totalizzante di Henri WALLON che attinge alle sorgenti stesse della relazione del bambino con il suo ambiente per spiegare le manifestazioni del sottile funzionamento neuro-muscolare. Egli denuncia l’assurdità delle pratiche in uso e preconizza una educazione posturale basata sulla percezione del corpo proprio, forte delle conoscenze apportate, sin dall’inizio del XX secolo, da pionieri quali Pierre BONNIER con il suo "senso degli atteggiamenti" (5) e SHERRINGTON (6) che individua e sistematizza un "campo percettivo" in relazione stretta con un campo esterocettivo ed il suo sotto-insieme enterocettivo.
La sua critica è anche implacabile nei confronti delle tecniche di assouplissement e di muscolazione in vigore nella medesima epoca. Bisogna convenire che in effetti queste non erano esenti da una certa rudezza, che rasentava talvolta la brutalità: assouplissement tramite stiramenti bruschi, movimenti "lanciati" in forma meccanica e ripetitiva la cui efficacia supposta era proporzionale ai dolori prodotti. Le reazioni di rigetto non mancavano. L’apparire più avanti delle ginnastiche dette dolci ed anche di una anti-ginnastica era più che giustificato.
Molto presto i dati ineluttabili della neuro-fisiologia del muscolo ed i lavori più antichi e più contemporanei permettono di comprendere l’azione dei fusi neuro-muscolari nella regolazione riflessa del tono con l’intermediazione del circuito gamma il cui il motoneurone è egualmente sottomesso alle influenze centrali; è pertanto possibile esercitare un dominio volontario sul tono (7). Rigettando tutte le forme di tecnica "marziale", egli si unisce alle correnti che militano in favore dell’equilibrio tonico (Gerda Alexander, L. Ehrenfried, Edmund Jacobson). Non si tratta per lui di votarsi ad un culto smodato del rilassamento, ma di utilizzarlo come mezzo per meglio percepirsi e controllare il proprio corpo.
L’iter adottato si riassume pertanto, per quanto concerne questo punto, nella messa in opera di esercizi miranti all’ottenimento di un atteggiamento globale decontratto, di un controllo della tensione muscolare tramite un rilassamento associato alla respirazione, di un posizionamento dei segmenti e delle cinture scapolare e pelvica in modo tale che i riflessi tonici dei muscoli di sostegno possano giocare pienamente nell’equilibrio corporeo e, quindi, nella economia, nella buona esecuzione ed efficacia dei movimenti. Tutto ciò evidentemente avrà molteplici applicazioni nella vita quotidiana, nella pratica professionale, nel tempo libero (8,9)
Ma se la forma dell’esercizio è importante, questo in generale non è sufficiente da solo per arrivare ad un livello di percezione fine ed elaborato. Per questo il ruolo mediatore dell’educatore è indispensabile perché è il suo intervento che permette di orientare l’attenzione dell’allievo verso uno o l’altro aspetto essenziale. La relazione educativa appare così come un aspetto determinante nella traduzione pratica dei dati scientifici (10).
Il suo approccio scientifico multidimensionale, legato ad una grande capacità di sintesi, contribuisce, col passare degli anni, ad arricchire e rinforzare il suo orientamento funzionale. L’ispirazione diventa più nettamente neuro-psicologica.
Egli riprende dapprima l’idea di strutturazione correlativa e reciproca dell’io e dell’ambiente formulata da Roger MUCCHIELLI (11) ed aderisce alla concezione di Piaget dell’adattamento, visto come processo di equilibrazione fra l’accomodamento dell’organismo all’ambiente e l’assimilazione dell’ambiente tramite le strutture proprie del soggetto. Valorizzando il polo della persona, altrimenti detto quello dell’assimilazione, egli rifiuta questa forma meccanica e passiva dell’adattamento che consiste, come BERGSON stesso aveva dimostrato, nel fare delle condizioni dell’ambiente "lo stampo da cui la vita deve ricevere la forma" invece di far sì che la vita possa "crearsi essa stessa una forma appropriata alle condizioni a lei più congeniali" (12). Egli dunque si pone nella prospettiva di avere fiducia nelle capacità creative della persona e adotta l’iter che ne favorisca l’espressione, quella della pedagogia attiva.
Era già questa pedagogia che implicitamente lo animava quando egli suggerì, ai suoi esordi, di presentare l’esercizio non come un modello da riprodurre, ma come un problema da risolvere.
Le neuroscienze arrivano al momento giusto ad appoggiare la sua metodologia della formazione e dello sviluppo.Esse gli forniscono argomenti decisivi riguardo alla importanza dei livelli inferiori ed intermedi del sistema nervoso nella attività cerebrale, ciò che molti clinici avevano già sottolineato da tempo, alcuni di loro assegnando al sistema meso-diencefalico la sede d’una coscienza centrale la cui destabilizzazione poteva spiegare nevrosi, psicosi ed altre turbe mentali. Queste riflessioni collimano con l’interpretazione del funzionamento del sistema nervoso che più di un secolo fa diede Hughlings JACKSON che dalle sue osservazioni cliniche aveva dedotto che l’evoluzione di questo avveniva per tappe e per livelli, che andavano dall’automatico al volontario e dal più organizzato ad meno organizzato (13).
Questa teoria evoluzionista della gerarchizzazione e della differenziazione delle strutture nervose ha, in seguito, largamente penetrato la neuropsichiatria e contribuito a chiarire taluni misteri. Ma la loro legittimità ed il loro interesse sono valevoli sia in campo educativo che pedagogico, come dimostra LE BOULCH.
In effetti, secondo lui, tutte queste considerazioni permettono di distinguere le caratteristiche dell’apprendimento e di fissare le modalità della sua messa in opera. Se ne trova una conferma supplementare nella psico-fisiologia di HEBB (14) che lo conduce a distinguere due livelli di apprendimento:
- l’uno primitivo, per il quale l’adattamento si fa sulla base di connessioni senso-motorie, senza riflettere, ma con una chiara coscienza dell’obiettivo; esso corrisponde alla fase detta dell’aggiustamento globale; è predominante nel bambino, tanto più è piccolo, ma si manifesta anche nell’adulto, principalmente quando è confrontato con una situazione inedita ed imprevista.
- l’altro, secondario, più percettivo e concettuale, si traduce nella capacità che ha la persona di intervenire deliberatamente sul programma automatico della sua azione e delle sue modalità di esecuzione, cioè può prevederle e, al bisogno, può modificarle o influenzarle.
L’iter pedagogico che ne deriva è induttivo, risalendo dai fatti ai principi che li reggono. Essa bandisce l’insegnamento di modelli prestabiliti imposti e dà priorità alle capacità di "replicare ", secondo il termine utilizzato da BERGSON per qualificare l’adattamento attivo, e non a ripetere. L’incitamento a dare una risposta personale al problema che pone l’esercizio o la situazione favorisce la veglia, mobilizza la funzione energetica e scatena il processo di aggiustamento globale. In caso di difficoltà o di blocco, l’educatore interviene per modificare un elemento o un dettaglio della situazione; egli coglie ogni occasione per dirigere l’attenzione verso gli aspetti percettivi relativi al tempo ed allo spazio, ma anche verso ciò che accade nella propria persona. LE BOULCH accorda una importanza tutta particolare a questa seconda forma di attenzione, ignorata dai sistemi educativi della nostra società, dove conta l’estroversione, eppure essenziale per la padronanza dell’atteggiamento e del gesto. Egli la eleva al rango di una funzione di interiorizzazione (15).
Quanto alle attività o alle pratiche effettuate ed alle quali è necessario ricorrere per portare a compimento questo processo educativo, tutte sono valide, nessuna ha ragione di essere esclusiva. E’ necessario che, quale che sia la loro forma – libera, regolata, regolamentata, individuale o collettiva –esse corrispondano a due classi di movimento, più o meno istintivi, spontanei o pensati, che l’analisi fenomenologica di BUYTENDIJK (16) ha permesso di stabilire:
- gli uni hanno un carattere espressivo, inerente a tutto il movimento animale ma anche deliberatamente coltivato, come nel mimo, il teatro, certe forme di danza;
- gli altri hanno un carattere transitivo, cioè sono coordinati in funzione d’uno scopo.
Le Boulch sottoscrive questa classificazione che presenta il vantaggio della pertinenza, della semplicità e della perennità.
Questi, presentati succintamente, sono gli aspetti più rivelatori dell’impegno di Jean LE BOULCH nel dotare l’educazione fisica di fondamenti scientifici durevoli e coerenti e nel contribuire ad uscire dai confini dell’empirismo. Le sue vedute, che fanno capo ad un largo ventaglio di riferimenti, non possono lasciare indifferente alcun ricercatore o praticante coinvolto dall’analisi, l’utilizzo o l’educazione del movimento.
Henri LECHEVESTRIERProfessore di Educazione Fisica Stretto collaboratore di Jean Le Boulch |
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